Il nostro fiume

 

In primavera, ai primi caldi, il fiume diventava la nostra seconda casa : maglietta e pantaloncini corti, a piedi nudi (quanti tagli !!) , io e il Gianni si cominciava a tastare le prime pietre, con al di sotto le possibili prede, nella piccola diga poco sopra l'ex Centrale dell’Orobia, naturalmente negli orari cui il Brembo aveva "l'acqua bassa". Da qui iniziava il nostro regno che terminava in località S.Rocco, piccola frazione a nord S.Pellegrino. Pescare con le mani per noi era un rito, un’arte : occorrono abilità e sensibilità per sentire al di sotto dei sassi qualche coda o qualche ventre di pesce, per poi farselo scivolare dentro il palmo della mano ed afferrarlo in modo sicuro. Non sempre pesci, ma anche il ventre freddo di bisce d'acqua ed una volta di una vipera : presa con rapidità per la coda, sbattuta sui sassi, sistemata definitivamente . Spesso mi capitava di osservare il Gianni accovacciato ai lati di un grosso sasso con i pesci catturati stretti tra i denti, pur di non far scappare quelli che sentiva ancora nella "nidiata" . Piccoli vaironi, barbi e trote ancora vivi e guizzanti in breve riempivano il flessibile ramoscello di giunco entro cui li infilavamo attraverso le branchie. Sasso dopo sasso, si risaliva il fiume fino alla Piccioncina, sempre con occhio vigile alle sponde, per via del guardiapesca, un ometto barbuto e nervosetto, che , dopo una vita dedita al bracconaggio, si era redento, almeno di giorno , spiando e rincorrendo, alle volte con eccessivo zelo, i ragazzi che pescavano con le mani. Non ci beccò mai, sia per le nostre capacità di fuga, sia perché la vista non ci mancava. Comunque si lamentava sempre con i nostri genitori che, in ben altre faccende affaccendati, lo liquidavano con un paio di ciambelle, che si guardava bene dal rifiutare. Per quanto riguarda i pesci raramente li mangiavano : tentammo una volta, metodo indiano, di rosolarli al fuoco , ma l'esperimento culinario finì miseramente tra sputi ed improperi. Quindi o li regalavamo ad un anziano nostro vicino di casa o li barattavamo per un litro di latte fresco o un pezzetto di formaggio, purché non stracchino, che al Gianni faceva rivoltare lo stomaco. Le gomme dei pneumatici dei camion, ben gonfiate, erano le nostre imbarcazioni e con esse facevamo lunghe discese nel fiume tra pericolosi capovolgimenti e relative botte ed escoriazioni : si partiva quasi sempre da S. Rocco e si approdava alla diga dell’amico Piero, che, ancora ragazzo, salvò lo zio Franco ( per un certo tempo soprannominato "Noè salvato dalle acque"), dall’essere inghiottito dal canale, ricevendo per questo suo nobile gesto gli improperi di mio nonno Giovanni, "ol Gianì-Tesòla". Oltre alla pesca e alla navigazione il Brembo era la nostra personalissima piscina, con le sue rocce dolomitiche a far da trampolini e con una riparata "spiaggetta" dove ci si poteva sdraiare comodamente al sole e , purtroppo raramente, sbirciare qualche bellezza locale.

 

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