LA MONTAGNA INCANTATA

 

Romanzo  capolavoro di Mann da leggere con molta attenzione per le meticolose caratterizzazioni dei personaggi e per le descrizioni  particolareggiate degli ambienti. Il protagonista, il giovame Hans Castorp, si reca in visita al cugino malato di tubercolosi nel sanatorio svizzero di Davos e viene attratto e coinvolto dall'atmosfera macabra e nello stesso tempo inebriante del luogo e del mondo dei malati di tisi, tanto da essere quasi felice di aver contratto la malattia evitando così di ritornare in "pianura". Sulla "montagna incantata" Hans si innamora di una paziente, l'affascinante signora russa Clovdia Chauchat, che lo lega ancor più profondamente al mondo del sanatorio. Tra le varie conoscenze spiccano quelle dell'italiano Settembrini, democratico e razionalista, dell'ebreo Naphta, rivoluzionario e socialista, dell'olandese Peeperkorn gaudente ed amante della vita. Con loro intavola lunghe discussioni e riflessioni sulla malattia, sulla vita, sulla morte, sulla politica, sulla scienza e sulla società.  Solo lo scoppio della guerra del 1914  lo strappa dalla montagna incantata per essere catapultato sul campo di battaglia in un  finale di straordinaria bellezza dove la sua sorte resta incerta, ma con un  evidente presagio di morte.

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Clovdia Chauchat

 

Siccome la Chauchat aveva di nuovo posto una gamba sull’altra, il ginocchio, anzi l’intera linea slanciata della gamba le si disegnava sotto la stoffa blu della gonna. Era di statura soltanto media, statura agli occhi diCastorp molto gradevole e giusta, ma aveva le gambe relativamente lunghe e non era larga di fianchi. Non stava appoggiata alla spalliera, ma china, le braccia in croce posate sulla coscia della gamba accavallata, la schiena curva e le spalle cascanti con le vertebre del collo sporgenti; anzi, di sotto la giacca attillata si vedeva quasi sporgersi la spina dorsale e il seno, non alto e prosperoso come quello di Marusya, ma piccolino da ragazza, era compresso da ambo i lati.

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Vedeva il ginocchio di lei modellato sotto il peso della gonna, le vedeva spoglie le vertebre del collo piegato, di sotto ai corti capelli biondo-rossicci, che vi stavano sciolti, poiché non inseriti nella pettinatura a treccia e di nuovo rabbrividì.

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Il suo innamoramento aveva fatto durante il suo isolamento notevoli progressi. L’immagine di lei gli era apparsa quando, svegliandosi presto, aveva guardato la camera che si disvelava poco a poco o quando la sera aveva osservato il crepuscolo che incupiva, alle labbra di lei, agli zigomi, agli occhi, dei quali portava impressi nell’anima il colore, la forza, la posizione, alle sue spalle cascanti, al portamento del capo, alla vertebra del collo nella scollatura posteriore della camicetta, alle braccia luminose sotto il velo finissimo, a tutto ciò che aveva pensato nelle singole ore del giorno spezzettato.

 

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Settembrini

 

Per la strada a sinistra veniva uno sconosciuto, un uomo grazioso, bruno, coi baffi neri arricciati, in calzoni a quadri chiari; era difficile stimarne l’età, doveva essere tra i trenta e i quaranta, ché se anche l’aspetto generale era giovanile, i suoi capelli avevano già sulle tempie qualche filo d’argento; Castorp intuì che si trovava davanti a un signore; l’espressione colta dello sconosciuto, il suo atteggiamento libero e persino bello non consentivano di dubitarne. Quel misto di miseria e di grazia, gli occhi neri e poi i baffi, morbidi e arricciati, ricordarono subito a Castorp certi musicisti forestieri, che intorno a Natale venivano a suonare nei cortili del suo paese. Un suonatore d’organetto, pensò. Perciò non si stupì del nome che udì quando Joachim si alzò dalla panca e con un po’ d’imbarazzo presentò: -Mio cugino Castorp, il signor Settembrini!-

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-Ingegnere, lei mi troverà sempre pronto a dare spiegazioni! Umanista, certo, lo sono! Non mi si troverà mai colpevole di tendenze mistiche! Onoro ed amo il corpo, ne affermo il valore, come amo e onoro la bellezza, la libertà, la serenità e il godimento e ne affermo il valore. Ma esiste un potere, un principio cui devo la mia alta affermazione, il mio massimo rispetto, il mio supremo amore, questa potenza, questo principio è lo spirito!-

 

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Naphta

 

Era un omino scarno, raso e di una bruttezza spiccata, addirittura corrosiva, tanto che i cugini ne rimasero sbalorditi. In lui tutto era affilato: il naso aquilino, le labbra strette, le spesse lenti degli occhiali e persino il silenzio, che osservava, donde si poteva arguire che il suo discorso fosse acuto e logico. Come numerosi ebrei intelligenti Naphta era per istinto un rivoluzionario e aristocratico; socialista e a un medesimo tempo ossesso di partecipare a forme di vita nobili e superbe, esclusive e legittime.

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Naphta non aveva che disprezzo per lo stato di sicurezza borghese.

 

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Peeperkorn

 

Non a caso - si vorrà riconoscerlo- abbiamo scelto la compagnia di persone come Naphta e Settembrini, anziché circondarci di soli, ad esempio, Peeperkorn nebulosi…e così ci troviamo costretti a fare un paragone che, sotto parecchi aspetti e specialmente in riguardo alla statura, deve riuscire favorevole a quest’ultimo arrivato, come fu d’accordo anche Castorp quando, ripensandoci sul balcone, ammise che i due super articolati educatori, i quali si contendevano la sua povera anima, erano nani accanto a Pieter Peeperkorn, sicché gli venne voglia di affibbiare loro il nome che questi nell’ubriachezza regalmente scherzosa, aveva detto a lui, ‘chiacchierini’.

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Era anche meno augusto, quando camminava che da fermo: aveva la consuetudine di declinare un po’, aciascuno dei suoi passetti, il gran corpo pesante e persino la testa, dalla parte del piede che stava muovendo, e ciò gli conferiva, più che un tono regale, un aspetto bonario da vecchio; e non appariva ritto in tutta la sua altezza, come quando stava fermo, ma piuttosto un po’ rattrappito. Ma anche così superava di una testa Settembrini, sia a maggior ragione il piccolo Naphta e non solo per questo la sua presenza schiacciava i due politici come la fantasia di Castorp aveva perfettamente previsto.

 

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Conclusione

 

Addio, sia che tu sopravviva o muoia! Le tue probabili sorti sono brutte; la mala danza, nella quale sei trascinato, durerà ancora qualche anno e noi non ci sentiamo di scommettere forte che ne uscirai salvo. Francamente non ci preoccupiamo gran che se la questione rimane aperta. Avventure dello spirito e della carne, che hanno potenziato la tua semplicità, ti hanno permesso di superare nello spirito ciò che difficilmente potrai sopravvivere nella carne. Ci sono stati momenti, in cui nei sogni che governavi sorse per te, dalla morte e dalla lussuria del corpo, un sogno di amore. Chi sa se anche da questa sagra mondiale della morte, anche dalla febbre maligna, che incendia tutt’attorno il cielo piovoso di questa sera, sorgerà un giorno l’amore.

 

 

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